(raccontata da una co-founder di MeggyCare)
Raccontare questa storia non è semplice, perché è prima di tutto la mia.
Prima ancora di essere una co-founder, sono una donna di 31 anni, single, in una fase cruciale della mia carriera, con un desiderio molto chiaro e profondo: diventare madre.
Non “prima o poi”, non per pressione sociale.
È un desiderio che sento da sempre, che mi accompagna fin da quando ero bambina. Eppure, la mia vita oggi non è ancora allineata a quel sogno. Non ho un compagno, sto costruendo il mio futuro professionale e, come molte donne, mi sono trovata davanti a una domanda silenziosa ma costante: posso permettermi di aspettare?
Il momento in cui ho iniziato a informarmi davvero
Sappiamo che oggi si diventa madri sempre più tardi. L’età media al primo figlio in Italia è intorno ai 32 anni e la fertilità femminile inizia a diminuire già dopo i 30, con un calo più marcato dopo i 35.
Queste informazioni esistono, ma raramente vengono raccontate in modo chiaro, umano, non giudicante.
Quando ho scoperto il social freezing, non l’ho vissuto come una scelta drastica o “definitiva”.
L’ho sentito come un’opportunità: non per rimandare all’infinito, ma per non dover rinunciare oggi a un sogno che voglio lasciare aperto.
A 31 anni, congelare gli ovociti significa aumentare le probabilità future di una gravidanza, mantenendo più opzioni possibili.
E per la prima volta ho pensato: posso fare qualcosa per me, adesso.
La valutazione della fertilità: il primo vero passo
Il mio percorso è iniziato con la valutazione della fertilità, una fase fondamentale e spesso sottovalutata.
È stato il momento in cui ho smesso di basarmi su sensazioni o supposizioni e ho iniziato a guardare i dati reali del mio corpo.
Attraverso esami specifici (esami del sangue ormonali + ecografia transvaginale) e il confronto con il medico, ho capito davvero qual era la mia situazione. Questo passaggio, per me, è stato decisivo: solo con informazioni chiare ho potuto prendere una decisione serena e consapevole.
Ed è anche da qui che è nata la visione di MeggyCare: creare uno spazio in cui le donne possano informarsi, capire, scegliere, senza sentirsi sole o in ritardo.
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Gli esami pre-trattamento: la fase di preparazione prima di iniziare
Prima di iniziare il trattamento di social freezing vero e proprio, ho dovuto affrontare una fase di esami pre-trattamento, necessari per poter procedere in sicurezza con l’intervento.
Nel mio caso, questa fase non ha incluso gli esami ormonali o l’ecografia transvaginale, perché li avevo già effettuati in precedenza durante la valutazione della fertilità.
Gli esami richiesti prima del trattamento avevano quindi un obiettivo diverso: verificare che fossi nelle condizioni cliniche corrette per sottopormi alla procedura.
Si è trattato principalmente di:
- Esami del sangue di routine, per controllare parametri generali di salute
- Esami infettivologici, richiesti prima di qualsiasi intervento medico e procedura di crioconservazione
- Altri controlli clinici standard indicati dalla clinica, necessari per poter programmare il trattamento in modo sicuro
Questa fase è stata meno “emotiva” di quanto mi aspettassi, ma molto rassicurante.
È il momento in cui ti rendi conto che il social freezing non è un salto nel vuoto, ma un percorso strutturato, con passaggi chiari e protocolli precisi.
Sapere che ogni controllo aveva uno scopo ben definito mi ha aiutata a vivere il trattamento con maggiore tranquillità e consapevolezza.
La preparazione al trattamento
Prima di iniziare la stimolazione ovarica vera e propria, ho assunto per un breve periodo la pillola anticoncezionale.
Non per contraccezione, ma per regolare il ciclo e permettere ai medici (ma anche a me!) di programmare il trattamento con precisione, soprattutto in presenza di cicli irregolari.
Successivamente, durante la visita, il medico mi ha prescritto i farmaci per la stimolazione ovarica.
Non sono mai stata una fan della pillola, ho avuto un po’ di sbalzi d’umore! Ma per un mese è stato accettabile 🙂
Le punture: la paura più grande (che poi non lo è stata)
Per circa 10–15 giorni, ho fatto ogni giorno delle piccole iniezioni sulla pancia.
Ammetto che all’inizio mi spaventavano molto più dell’intervento stesso. In realtà, con le giuste istruzioni e un po’ di abitudine, sono diventate parte della routine.
Durante questo periodo ho fatto controlli frequenti, più o meno un giorno sì e un giorno no, per monitorare la risposta delle ovaie e capire quando fosse il momento giusto per il pick-up ovocitario. Con il passare dei giorni mi sentivo sempre più gonfia, una sensazione un po’ fastidiosa ma prevista, che mi ricordava costantemente che il corpo stava lavorando e rispondendo alla stimolazione.
Il giorno del pick-up ovocitario
Il giorno dell’intervento era un lunedì.
Mi sono svegliata alle 7:30, a digiuno, e sono partita per la clinica accompagnata da mio papà.
Questo è un aspetto importante: trattandosi di un intervento con anestesia, è necessario essere accompagnate, soprattutto per il rientro a casa.
Alle 8:30 ero in clinica. Dopo l’accettazione mi hanno portata in una stanza, mi sono cambiata e poco dopo un medico è venuto a prendermi per accompagnarmi in sala operatoria.
Ricordo le luci, i medici intorno a me, l’anestesista che mi faceva domande.
Poi mi sono addormentata.
Il risveglio e quel numero che non dimenticherò
Quando mi sono svegliata, il mio medico era lì.
Con una dolcezza che non dimenticherò mai, mi ha detto quanti ovociti erano stati congelati.
👉 24 ovociti congelati
In totale ne erano stati prelevati 27, ma 24 sono quelli che sono stati effettivamente vitrificati.
In quel momento ho provato una sensazione fortissima di sollievo.
Non era felicità euforica, ma una calma profonda: avevo fatto qualcosa di concreto per il mio futuro.
Il post-operatorio e il bisogno di fermarmi
Dopo l’intervento sono rimasta in clinica per un paio d’ore.
Ho fatto un po’ di fatica a smaltire l’anestesia e, avendo la pressione bassa, il digiuno si è fatto sentire. Mi hanno dato dei biscotti e mi sono ripresa lentamente. Non avevo dolori particolari, ma mi sentivo gonfia e avvertivo un lieve fastidio, più una sensazione di corpo affaticato che di vero dolore.
Verso le 12:30 sono tornata a casa.
Quella giornata è stata dedicata solo a una cosa: riposo. Tisane, divano, film, silenzio. E tanta stanchezza.
Anche il giorno dopo ho sentito il bisogno di fermarmi ancora. Il corpo e la testa avevano bisogno di tempo.
Cosa ha significato davvero per me il social freezing
Fare social freezing per me ha significato scegliere di non rinunciare a diventare madre.
Come donna, mi ha dato serenità.
Come co-founder, mi ha dato una responsabilità enorme: creare uno spazio in cui le donne possano fare questo percorso con più informazioni, più supporto e meno solitudine di quanta ne abbia avuta io all’inizio.
Oggi non so quando diventerò madre.
Ma so di aver fatto una scelta allineata a ciò che sono e a ciò che desidero.
E se questa storia può aiutare anche solo una donna a sentirsi meno sbagliata, meno in ritardo, meno sola, allora raccontarla ha davvero senso.


